sabato 2 febbraio 2013

astenersi troppo è peggio che cedere sempre?




Ci sono termini, parole, concetti che oggi sono completamente declassati. Sono inflazionati, violentati, vittime di abusi continui.
Prendiamo, ad esempio, il termine vintage. Ora anche a me sta iniziando a stare antipatico, così come il termine INDIE. Tanto per citare un paio di casi . . .
Sono dispiaciuta! Mi piacevano - ed ancora mi piacciono! - così tanto le situazioni sceniche (parlo di fotografia, soprattutto) che si ponevano in essere con oggetti desueti, di epoche e periodi passati . . . Ma come si fa? Perchè succede sempre così? Quando una cosa la toccano in troppi finisce col deteriorarsi, col consumarsi, sporcarsi. (Ma se si presta attenzione, se le mani sono pulite, allora, anche il lenzuolo di lino bianco può passare di mano in mano e rimanere immacolato!)
Eppure, non posso fare a meno di trovare all'interno di alcune immagini, di certi film d'epoca, di libri antichi una carica di emozioni così autentiche e nobili da incutere quasi una specie di timore riverenziale impersonale.
Mi viene da invidiare chi viveva a quel tempo ed aveva la possibilità di godere di quel clima ricco di profondità e bellezza ma, non appena (s)cado in un discorso simile, finisco per sorridere e per ricordarmi di ricordare: "non giudicare cose che non sai! non eccedere e non assolutizzare qualunquisticamente! Mai generalizzare!"
Così mi fermo.
Reputo che la Autenticità e la formazione umanistica stiano poco a poco scomparendo lasciando il posto ad un qualcosa di sempre meno simile a ciò che mi piace, che mi riempie, che mi fa sentire soddisfatta.
Non c'è solo una crisi economica che scaturisce dal capitalismo, ma un'inevitabile cambiamento culturale che è sotto gli occhi di tutti. Questa è l'epoca del tutto troppo facile, del tutto fatto in serie, del se lo vuoi pagalo a rate, del tutto costa "poco" e non si sa come mai a fine mese non ci arriva più nessuno.
E' tutto di plastica. Il capitalismo ha fallito drasticamente.









Marilyn Monroe photographed by Eve Arnold, 1960








LiLLy V.








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